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Benché molto giovane, in procinto di laurearsi all’Accademia Albertina di Torino, l’artista piemontese Rebor, ha già saputo proporre una ricerca personale, degna di attenzione per la sua profondità e per la sua articolata complessità.

In essa si scorgono le tracce evidenti di una originale evoluzione della street art, con l’obbiettivo centrato soprattutto sulla necessità di prendere posizione sulla situazione socio-politica, sulla comunicazione, sui modi di vivere e di pensare comuni. Attraverso l’uso delle tecniche della pittura, della scultura, dell’installazione, della performance e di tutto quanto altro gli può essere utile, ne sottolinea il degrado e le defaillances, ma al contempo pone questioni e apre contraddizioni che cercano di rimettere in gioco la vitalità creativa, di ribadire la necessità che essa ritorni ad essere la base di una scelta libera e consapevole e che è per questa via che occorre incamminarsi.

Spesso così ricava immagini, a volte ispirate a opere del passato, a volte inventate ex novo, intervenendo sui segni lasciati dal tempo e dal caso su vecchi muri deteriorati, su macchie, calcinacci, frammenti di intonaco; a volte, ancora, riproduce queste immagini, assemblandole o rielaborandole, o ricontestualizzandole, oppure realizza ex novo vistose installazioni assemblando materiali eterogenei che si collegano a immagini o frasi. In alcuni casi le opere così realizzate sono destinate a spazi privati o gallerie, ma altrettanto spesso vengono realizzate per essere posizionate a sorpresa in luoghi aperti, spazi pubblici o accessibili al pubblico, scelti in modo che il contenuto si leghi al contesto.

Mentre di solito chi attua interventi di questo genere non rinuncia a una qualche componente vandalica, Rebor colloca le sue opere, dal forte contenuto provocatorio, dove nessuno gliele ha chieste ma in modo apparentemente educato e cortese, con il garbo di chi lascia un regalo sulla scrivania o davanti all’uscio di casa: le posiziona con delicatezza, provocatoriamente enfatizzata, facendo attenzione a che non lascino il minimo segno nel contesto in cui sono allestite, a sottolineare l’impatto distruttivo del loro senso (che non ha dunque bisogno d’imporsi con un atto di forza), e anche a creare, crudelmente, un sincero imbarazzo a chi deve occuparsi di rimuoverle. Unica concessione al clamore, per connotare i particolari che vuole rimarcare, di una tonalità di rosa (per intenderci, quella della copertina del disco Never mind the bollocks dei Sex Pistols) che non ammette di essere ignorata: si tratta di un colore forte, appariscente, sfacciatamente artificiale, che però rimanda anche immediatamente alla necessità di approcciare le cose importanti con la giusta dose di ottimismo, approccio necessario se si vuole tentare di incidere in modo concreto sulla realtà.

Queste sue incursioni pubbliche si confondono e si mimetizzano con il contesto in cui sono inserite: a Torino, il copertone, assemblato con altri elementi in piazza San Carlo in ricordo degli incidenti del 2017, e la lapide davanti al Museo del Risorgimento, a rappresentare la ‘morte dell’Italia’ assieme a una porta, possibile via di fuga; alla National Portrait Gallery di Londra, dove ha appeso un suo lavoro di evidente stigmatizzazione della politica di Trump in mezzo alle opere in mostra, senza attendere la formalità di un invito curatoriale. Nell’aprile 2018 ha attirato l’attenzione il suo intervento all’inaugurazione dell’opera Eternity di Maurizio Cattelan, un cimitero di ‘tombe di artisti’ realizzate nei giardini dell’Accademia di Carrara assieme a un gruppo selezionato attraverso un concorso rivolto agli studenti della scuola medesima; Rebor, vestito da becchino, ha affisso un manifesto da lui creato («ONORANZE FUNEBRI – Jubilate hodie et semper»), ai piedi del quale ha sistemato due lumini, un mazzo di fiori e la domanda del bando compilata a suo nome. 

 

Già in diverse occasioni i suoi interventi pubblici, intelligenti e provocatori, destinati per loro natura ad avere un forte impatto immediato ma a non durare a lungo, hanno attirato l’attenzione dei media e stimolato discussioni e riflessioni. Queste sue opere infatti in prima battuta sono, come già avveniva per i graffiti e la streetart in genere, realizzate o esibite in contesti pubblici, aperti o chiusi che siano, ma la loro fruizione va ben oltre coloro che vi si imbattono in modo più o meno occasionale: la destinazione finale sono appunto i social, da cui vengono riprodotte, commentate, rilanciate. La rete, con i suoi limiti e le sue ramificazioni, diviene una sorta di ‘contesto urbano’ ampliato, protesi virtuale dell’esistente: nel momento in cui la si utilizza, facendosi da essa utilizzare, se ne smascherano i dispositivi e si focalizza l’attenzione sulla sua funzione di orientamento e controllo.Innescando questo processo di riconoscimento e riflessione da un lato si apre il discorso sui mezzi, sulle loro potenzialità e le loro insidie; dall’altro la tensione vitale e la forza creativa che essi tendono ad assorbire ritorna prepotentemente al centro dell’attenzione, inducendo a trarre da ogni stimolo visivo non solo quello che siamo condizionati a vedervi, ma tutto ciò che la nostra capacità di liberare l’immaginazione ci consente di percepire.

 

 

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