Rebor a Genova: L’UNICA COSA CHE CONTA E’ SAPER BARARE ?

“L’unica cosa che conta è saper barare”

La nuova opera di Rebor si presenta sotto forma di manifesto, disegno da un frame del film “Le mani sulla città” di Francesco Rosi.

La scelta di prendere a paradigma il personaggio corrotto, faccendiere, trasformista che sa muoversi nel torbido e non esita a cambiare maggioranza, amici e nemici pur di perseguire i suoi scopi, è sintomatico degli eterni mali italiani in cui le nuove (e vecchie) mafie sguazzano da sempre.

Quella degli appalti è una delle facce “presentabili” che utilizza la mafia per muoversi, riciclare, corrompere.

“L’unica cosa che conta è saper barare” quindi è il leitmotiv che si ripropone, l’unico orizzonte etico che perseguono le mafie e gli individui opachi.

In questo momento storico poi in cui si sta andando sempre di più verso politiche centraliste e autoritarie, in cui i moderni fascisti si sentono in diritto di alzare la testa e reclamare a gran voce, l’odio avanza e l’ignoranza aumenta.

Perché è meglio barare? È più facile che essere onesti?

Avanzano nelle nostre società la capacità di intimidazione e lo sfruttamento dell’emotività delle persone per trarne un guadagno personale, politico, finanziario.

Sfruttare l’emozione delle persone è una strategia che rende off line un’analisi razionale.

Inoltre, l’uso dell’emotività, permette di pervadere l’inconscio, per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori.

La superficialità e la stupidità sono spesso non solo tollerati ma quasi innalzati a modus vivendi e coltivarli fa parte delle famose regole di Chomsky di strategia del controllo sociale.

Zelanti funzionari sono subito pronti ad intervenire su chi ha il coraggio di pensare o si mette fuori dal coro.

Le strategie politiche di questo tempo lavorano sullo stato d’animo attuale della popolazione che in tempi di crisi economica ed etica vive spesso nello smarrimento, fomentandone la rabbia e agendo sulle fragilità .

Non c’è tempo di pensare, non è concesso.

E’ l’età della depressione: chi non urla soccombe sotto questa cappa che vuole tutti belli e vincenti. L’apparire è un barare.

Così, invece di ribellarsi spesso l’individuo si auto-svaluta, entra in un circolo vizioso uno dei cui effetti è l’inibizione della sua stessa azione.

E senza azione non c’è rivoluzione, cambiamento.

I social network e l’inondazione di continue informazioni creano distrazione. Si impedisce di fatto al pubblico di informarsi: la discriminazione delle notizie e dei fatti che contano, sono distorti, veloci: le masse così si possono controllare e deviare dai problemi reali.

Rita Atria scrisse sul suo diario: “Forse un mondo onesto non esisterà mai ma se ognuno di noi prova a cambiare ce la faremo”.

Gli spiragli ci sono, sempre. Anche in tempi bui.

http://www.reborart.com/wp-content/uploads/2019/05/img_8523.mov

Non c’è muro che tenga

La nuova opera di Rebor invade  Corso Bolzano:

Attraverso il simulacro di un muro a mattoni,  Rebor coglie l’espediente per dialogare con esso, affiggendovi  il manifesto “Società del sospetto”.

L’ultima opera sfrutta infatti una copertura già esistente a stampa muro mattoni su pvc  in Corso Bolzano a Torino.
 
Cogliendo l’opportunità, attraverso il simulacro di un muro in  mattoni,  Rebor  dialoga con esso sovrapponendovi  il  manifesto “Società del sospetto”.
 
Con il  titolo “Società del sospetto”  descrive questa contemporaneità caratterizzata dalla paura, dalla tensione e dalla mancanza di autenticità.
L’incomunicabilità, la non conoscenza dell’altro, l’ignoranza , la non empatia,  creano diffidenza, sospetto, paura, odio che non può che degenerare. 

 

 


“società del sospetto” (600×300)
foto di

Jiangsiquan Qin

LES CABINETS CONTEMPORAINS

Rebor a Lione:

http://street-art-lyon.com/11/01/2017/rebor-art-cabinets-contemporains/

I “Cabinets contemporaines” nascono da una precisa e volontaria provocazione fin dal titolo: se la consacrazione di ogni artista è quella di riuscire ad esporre la propria opera in un grande Museo (che possibilmente si occupi di arte contemporanea), Rebor la riesce ad attuare in un luogo non propriamente deputato a questo.

I “cabinets”, nella loro accezione originale, sono luoghi di studio e di produzione del sapere: la traduzione italiana in “gabinetti”, nel comune eloquio, rimanda a tutt’altra funzione.

Il senso del gioco, del “Jeu” (di chiara ispirazione Dadaista) è già qui nel titolo e prevede di far diventare anche la provocazione un puro atto estetico.

(gennaio 2017) i musei coinvolti sono stati: il MAC di Lyon, il MUSEE DES CONFLUENCES di Lyon e Il MUDEC di Milano durante l’esposizione di Basquiat (volutamente con un senso di omaggio verso l’artista), Musée di Louvre, la GAM di Torino, MAMAC di Nizza e alla National Gallery di Londra.

L’intento di Rebor è quello di provare in modo giocoso, ma al contempo con un senso di sfida, che esiste un vizio di forma se, ancora, il sistema attuale, nel quale è ingabbiato il fare artistico, riconosce lo status di opera d’arte praticamente nel momento in cui viene esposto nel luogo deputato che è considerato il Museo.

Rebor , attento alla lezione di Duchamp, vuole invece demistificare queste attribuzioni che vanno a costituire il sistema valoriale ed il mercato dell’arte e sottolineare ancora una volta che il fare artistico appartiene prima di tutto al luogo dove viene pensato, dove nasce e dove viene prodotto cioè ovunque. L’arte è totale: lo è nel prodotto come nel gesto, nel suo farsi e nel suo prodursi liberamente nel contesto che le è proprio cioè il mondo. Ha valore in sé non perché viene collocata.

L’azione di Rebor è quindi un’azione ironica ma allo stesso tempo di disturbo: è un richiamarci al senso più antropologico del fare artistico al di là delle sovrastrutture che il potere e la società (intese come mercato) le costruiscono sopra.

Collocando poi una copia di una sua opera, Rebor contesta un certo tipo di pubblico di massa che spesso venera icone senza distinzione tra originale e riproduzione: dal momento quindi che la riproduzione dell’opera non avrebbe valore in sé (è un fatto seriale, industriale), viene da Rebor resa unica manipolandola con interventi pittorici ogni volta differenti. Unicità nella serialità.

Ancora una volta Rebor ci offre un’esperienza estetica con un modello di comportamento libero da ogni condizionamento: un po’ enfant terrible ma genuinamente autentico nel ribadire ancora, a suo modo, con il linguaggio che gli è proprio, che essere e arte coincidono.

L.M.P

KKKrash

“KKKRASH”

Per questa installazione sono partito dall’assonanza della parola Ku Klux che ripreso dal greco Kuklos significa cerchio, inteso anche come cerchia, gruppo. Il cerchio rimanda al concetto di tempo che per molti filosofi greci è rappresentato come un circonferenza che inizia e finisce nello stesso punto: ha un andamento circolare e non rettilineo. Il collegamento tra tempo e forma si connette all’ “eterno ritorno” di Nietzsche concetto base dell’ opera: l’eterno ritorno di tutte le cose riguarda anche il male (Calasso, 1991). Da questo la decisione di usare il KKK come simbolo del male e del maligno. La sensazione prevalente è quella di trovarsi in un ambiente in cui ci si sente esclusi, insicuri, impauriti. Si accumula così la frustrazione, che poi si trasforma in rabbia conducendo alla voglia di distruggere, di eliminare. Il periodo contemporaneo non è violento, è distruttivo. Il desiderio di guerra sembra dominare questo scorcio di tempo: aumenta la produzione di armi, torna lo spettro nucleare . La distruzione rende il periodo attuale fragile e frammentario. Ecco si manifesta l’individualismo, sui nazionalismi esasperati mascherati da una vuota esigenza identitaria. Vittorino Andreoli, in un’ intervista per Huffpost Italia, riflette sulla situazione: “ […] In questo momento storico in cui domina l’assurdo, noi siamo l’homo stupidus stupidus stupidus.[…] Tutti pensano a se stessi. Nessuno pensa che siamo un Paese. E questa è stupidità.” (2018) L’opera prende forma scultorea, una figura incappucciata in bianco è stesa al centro della piattaforma intesa per il supporto, ai suoi piedi si erge una scala in rosa. La dinamica è grottesca, un possibile membro del KKK giace a terra dopo una rovinosa scalata verso l’ ascesa al potere. La caduta è stata teorizzata e sviluppata con l’ artista romano Sandro Giordano, in arte Remmidemmi, in una collaborazione atta ad unire quest’ opera in rosa con la sua firma distintiva nel tema della caduta. La collocazione dell’ opera avviene nei pressi della Monumento del Traforo del Frejus, Piazza Statuto, Torino. Il monumento piramidale si presta al progetto per la sua importanza storica e artistica. Nella composizione sei Titani in agonia si protendono verso la cima della montagna, dimora del il Genio Alato. Contestualizzata al periodo storico della creazione, la statua rappresenterebbe un’allegoria della vittoria della Ragione (il Genio Alato) sulla forza bruta (i Titani). Ecco allora il parallelismo: Il personaggio, metafora del maligno, odio e disprezzo, tenta di impossessarsi del sapere salendo verso l’apice del monumento quando il piolo della scala rosa spazzandosi pone fine alla sua salita, creando un’ ironica caduta.

Ne parla La Stampa di Torino con articolo di Bernardo Basilici Menini

5-01-2019

 

 

REBOR IN MOSTRA A TORINO

30.10.2018 – 30.11.2018
OPENING 30.10.18

18.30 pm – midnight
Corso San Maurizio 14/E
Torino – Piemonte
+39 011883157
ingenio@comune.torino.it
http://www.comune.torino.it/pass/ingenio

Rebor e la memoria sociale dello spazio urbano.
Marco Abrate (Rebor) in conversazione con Elena Inchingolo
Marco Abrate, in arte Rebor, è un giovane e promettente artista di Pinerolo che studia Grafica all’Accademia Albertina di Torino. Ventidue anni e tanta voglia di farsi portavoce delle istanze della società odierna è riuscito con tenacia e coerenza a far conoscere ed apprezzare il suo lavoro. La ricerca di Rebor si pone al centro della scena urbana, utilizzando modalità differenti, non limitate ad una sola dimensione operativa. L’artista si confronta con lo spazio pubblico, individua pareti che presentano scrostature per umidità o incuria del tempo e su di esse interviene a creare icone filtrate dalla memoria. Quelle stesse immagini vengono poi ripresentate al fruitore attraverso l’uso di diverse tecniche, installative, performative o affini alla poster art. Rebor propone inoltre action nello spazio urbano, impiegando materiali di recupero o creando sculture dove la dimensione del presente si congiunge a quella del mito e del ricordo.
Spesso interviene con un segno rosa shocking nelle sue installazioni  – “Pink” – simbolo di speranza, di positività, un gesto pop che rincuora, che strizza l’occhio allo spettatore in un rapporto di solidarietà e condivisione. Il rosa è un colore elegante, artificiale, che attirando lo sguardo del fruitore lo induce a porsi un quesito, ad avviare una riflessione.

 

 

 

Giusto tra le nazioni

TESTO CRITICO OPERA “0 mio popolo, che cosa ti ho fatto.

Dove ritroveremo la parola, dove risuonerà

La parola? Non qui, che qui il silenzio non basta“

T.S. Eliot

Titolo dell’installazione:

…”il silenzio non basta”. Giusto tra le nazioni.

L’indifferenza è la colpa peggiore: oggi che riecheggia il ritorno all’odio, occorre rifarsi all’esempio dei Giusti, a chi ha saputo guardare avanti .

La presenza di uno di loro è testimoniato da un campione silenzioso , un “Giusto tra le nazioni”, Bartali Gino.

Sul frammento di storia caduto dal cielo sulla terra, a fianco del manifesto “leggi razziali” una possibile figura su di esso ed un cartello che richiama al pericolo…

Infine il luogo di Piazza Carlina il centro del vecchio ghetto ebraico… l’espediente a 80 anni dalle leggi razziali , vuole creare un parallelismo tra quello che e’ stato e quello che potrebbe ancora “banalmente” tornare oggi.

Rebor colpisce a Milano: Fedez e Chiara Ferragni sono i Protagonisti

GENERAZIONE BHO, “CONPASSIONE”

Il manifesto è stato posizionato nella zona del Naviglio grande a Milano:http://milano.repubblica.it/cronaca/2018/09/07/foto/milano_manifesto_cinematografico_fedez_ferragni_pieta_-205811609/1/

Il meccanismo delle Instagram story è il medesimo di una pubblicità : è sfuggente, non dura per sempre, ed illude. La situazione e’ paradossale, ci si trova come in una terra di nessuno: i grandi media da una parte e le persone dall’altra. Questo spazio a metà è come un limbo che la gente crea in continuazione.  Con l’avvento dell’era digitale e della globalizzazione le nostre conoscenze hanno iniziato a muoversi in un flusso continuo che non siamo in grado di fermare. Possiamo accedervi facilmente, ma solamente di sfuggita, perché quasi subito le informazioni acquisite devono essere delegate all’ oblio e sostituite da altre. La nostra vita e il nostro tempo fuggono, dandoci un senso di vertigine, come se le ore e i giorni impedissero una riflessione. Come reagirebbero oggi i futuristi? La nostra è una società iperattiva, paradossalmente spenta. La società immaginata dal Futurismo ha impiegato 70 anni per manifestarsi così come era stata immaginata: paradossalmente oggi basterebbero soli 2-3 anni per progredire in tal modo. Con questa figurazione, l’uso di un elemento POP interpretato dal cantante rapper italiano “Fedez”, che si abbandona nel Cristo morente, e di Chiara Ferragni, (moglie del cantante ) che si identifica nella Madre accogliente un figlio, in sintesi vuole aiutare il pubblico ad avvicinarsi alla mia ricerca. Davanti all’opera, ovvero al poster, lo spettatore viene accompagnato dallo slogan “GENERAZIONE BHO conPassione”: a prima vista…un “BHO”, e “conPassione” che metaforicamente traduce “la pietà ” (compassione) e induce alla speranza. Sul fondale troviamo segni frettolosi violacei che si rifanno al momento fugace di una Instagram Story. Con questo “ideale” manifesto pubblicitario, sintetizzo una contemporaneità sfinita e stanca vissuta in tempo reale , dove ogni cosa si appiattisce.  La trasgressione è divenuta parte del sistema. L’immagine della realtà si mischia con l’ irrealtà e l’uomo si perde.  È una società di “felici incoscienti”. Partecipiamo al disastro che ci circonda con grande leggerezza.

Il nostro oggi è un oggi ISTANTANEO,  fruito e consumato vorticosamente. Tutto questo potrebbe richiamare l’immagine di un luna park, fatto di luci e di mortaretti. L’affermazione di molti artisti e il fiorire di istituzioni sensibili che se ne occupano, sembrano dirci che abbiamo ancora un innato e profondo bisogno di arte, di stupore, di creatività. “E’ la bellezza che salverà il mondo”. L’artista di oggi può essere uno spirito saturnino, ossessivo, è invece “mercuriale” cioè proiettato dal bisogno della comunicazione, goloso di novità. In un mondo in cui il dramma degli attentati ci rende insicuri nelle nostre città, o il dominio del web e dei social media che controllano sempre più a fondo le nostre vite, dove l’identità della persona scivola via, l’artista dovrà assumere ancora di più che in passato, un ruolo onesto di denuncia e di testimonianza. L’opera deve essere approfondita per rimanere contemporanea, in questo caso l’immagine di Fedez e Chiara, viene ripresa nell’immediatezza delle instagram story. La lotta contro il tempo è illusione, dura niente, oppure tutto, il tutto e il niente sono lo stesso concetto. Un’opera non è certamente eterna ma è un tentativo di arginare la potenza distruttrice del tempo. La Pietà di Michelangelo resta un’ icona della fecondità creativa dell’uomo che cammina nel proprio tempo con le ansie, le gioie , le speranze.

REBOR alter MR.PINK in mostra a Torino

La Galleria del Museo d’Arte Urbana, via Rocciamelone 7 c , apre la stagione 2018/2019 con la prima mostra a Torino di Rebor alter Mr. PINK, a cura di Edoardo Di Mauro, dal titolo “Rebor alter Mr. Pink : immergersi per emergere e sollevarsi”

Venerdì 21 settembre 2018, dalle 18.30 alle 21.30.

Fino al 15 ottobre, lunedì 17-19 o su appuntamento.

Patrocinio : Città di Torino

Sostenitori istituzionali : Regione Piemonte, Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT, Circoscrizione 6 Comune di Torino

Direzione Artistica della Galleria del MAU : Daniele D’Antonio e Edoardo Galleria Campidoglio www.galleriacampidoglio.it

Info : 335 6398351 info@museoarteurbana.it www.museoarteurbana.it

“IMMERGERSI PER EMERGERE E SOLLEVARSI”

Lungo tutto il corso del Novecento l’arte abbandona il suo isolamento linguistico, pur non smarrendo le sue norme e la sua eccezionalità d’evento, per contaminarsi, ed essere contaminata, dall’ambiente circostante : il rapporto tra arte “pura” ed arte “applicata”, spesso sbilanciato a favore della seconda, pronta a carpire dalla prima le innovazioni linguistiche per adattarle alla cultura di massa, adesso pare posizionato su un livello di equilibrio, con i due ambiti ad assumere la funzione di vasi comunicanti.
Siamo quindi, al tempo nostro, in presenza di una vocazione ad un’arte “totale”, rinvenibile in forme di grafica che tendono alla creazione di un linguaggio dotato di una grammatica originale, in grado di comunicare con efficacia in un mondo già saturo di segni, in un design ecosostenibile, nella street art ed in particolari forme di artigianato artistico metropolitano.
Marco Abrate Rebor è un giovane studente di Grafica all’Accademia Albertina, che con tenacia e coerenza è riuscito in breve tempo a far conoscere ed apprezzare il suo lavoro.
La ricerca di Rebor, come da me sottolineato per la partecipazione alla rassegna “Nuova Officina Torinese # cinque”, con considerazioni che riprendo in occasione della sua personale presso la Galleria del Museo d’Arte Urbana, si pone al centro della scena urbana, con modalità ampie e non limitate ad una sola dimensione operativa.
L’autore si introduce negli anfratti dello spazio pubblico, va alla ricerca di pareti che presentino scrostature figlie dell’umidità o della semplice incuria, dove si insinua con la delicatezza del suo tratto creando icone filtrate dalla memoria, talvolta destinate a rimanere sulla superficie murale, in altri casi facendo tagliare la stessa da abili artigiani per proporla singolarmente nello spazio espositivo, od ancora amplificandone la diffusione con la tecnica della poster art.
Ma Rebor va anche oltre, proponendo performance neo situazioniste nello spazio metropolitano, adoperando materiali di recupero integrati ad altri già presenti, o creando sculture dove la dimensione del presente si congiunge a quella del mito e del ricordo.
Partito da esperienze di street art e graffitismo, Rebor, pur mantenendo il suo lavoro sempre a contatto con la dimensione di un’estetica allargata, nel solco dell’utopia delle avanguardie novecentesche, da un contributo notevole a supporto delle tesi di chi sostiene che le categorie prima citate siano ormai una griglia troppo angusta per contenere poetiche che vanno sempre più verso la definizione di un linguaggio della contemporaneità in grado di fondere varie esperienze dell’avanguardia : dall’astrazione, all’informale, al concettuale alla ricerca di una relazione armonica tra spazio, ambiente e tecnologia.
Un nuovo sincretismo che invade la scena urbana, ma può agevolmente conformarsi alla dimensione più comune di gallerie e musei.
Lo spunto di Rebor per questa mostra, dal titolo “Rebor alter Mr.Pink : immergersi per emergere e sollevarsi” è inconsueto ed originale.
Trae infatti ispirazione dal pensiero di un intellettuale raffinato ma “marginale” del Novecento, non per l’inadeguatezza, ma per la complessità di un pensiero non conforme.
Si tratta del gesuita, filosofo e paleontologo francese Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955), singolare e tormentata personalità, capace di coniugare la fede e la scienza in direzione di una mistica globale, in grado di armonizzare la tradizione cristiana occidentale con quella meditativa ed ascetica dell’Oriente.
Da un citazione del nonno di Rebor, Mario Marchiando Pacchiola, scritta appositamente per questa mostra : “Un mio caro amico ultracentenario, generoso nella carità e profetico nella visione del cammino dell’umanità, mi indicava il clou per un percorso di vita “immergersi per emergere e sollevarsi”. E’ una rilettura del pensiero di Pierre Teilhard de Chardin, scienziato e mistico, che ben s’addice per chi cammina con cuore libero, aperto alla società e nella intimità di se stesso. Bisogna calarsi, immergersi, nella realtà quotidiana e riviverla con speranza. Emergere al di sopra delle fazioni e degli opportunismo imperanti, e sollevarsi dalle miserie egoiste ed ingenerose per vedere la luce della bontà”
La personale di Rebor sarà una narrazione poetica del contemporaneo.
La critica, anche spietata ed irriverente, all’alienazione del quotidiano, ad una comunicazione invasiva e spesso fallace, a messaggi politici infarciti di demagogia ed opportunismo, viene condotta sul filo dell’ironia, con la convinzione che l’arma creativa, per dispiegare la sua forza, non debba ammantarsi di contenuti brutali, ma avvolgere con fare soffice l’obiettivo, per togliergli respiro, con la volontà successiva di rianimarlo .
Ciò è testimoniato dall’ossessione per il rosa che caratterizza Rebor , simboleggiante un livello soffuso ma non innocuo di trasgressione, dove l’arguzia si fonde con lo stile, come il suo elegante ed un po’ glamour alter ego Mr. Pink.
In mostra una sintesi efficace della sua produzione ed, al pari, della frammentazione della società contemporanea. .
Saranno presenti opere basate sulla poetica del “calco di muro”, autentico, rifatto o serializzato, spesso contornate da cornici finto dorate, in grado di premere sul pedale del kitsch con consapevole ironia, dove si sottolineano, con la capacità non comune di parlare della realtà più stringente sublimandola, tematiche centrali alla nostra attualità, come la difficoltà del rapporto tra l’ Europa ed i suoi membri, la non facile dialettica tra dimensione individuale ed aspirazione comunitaria, spesso sfociante in una legittima difesa dei propri interessi, tendente però a radicalizzarsi in un miope egoismo, naturale terreno di conquista per personaggi che incarnano, come il presidente americano Trump, un “sovranismo” impossibilitato a reggere alla lunga alla prova dei fatti, in un mondo i cui confini sono, nel bene e nel male, sempre più labili ed incerti.
Non mancano le ammiccanti citazioni dell’alter ego Mr. Pink, nella forma di un giocoso travestitismo, tendenza che ha rivestito un ruolo importante nell’avanguardia, dal secondo Novecento in poi, e che Rebor riesce a contestualizzare nella dimensione presente, ed anche un irriverente ed emblematico poster, nelle fattezze di un manifesto cinematografico, con un’ immagine ricalcante la maestosa poesia della Pietà di Michelangelo, con protagonisti due icone generazionali, probabilmente temporanee, della musica e del fashion come Fedez e Chiara Ferragni, simboli di una stagione dove la visione del divenire è svanita a vantaggio della liquidità del presente.
La ricerca tridimensionale è esplicata con una scultura di piccole dimensioni, che enfatizza il gesto tipico dell’esecutore di graffiti, la mano che cinge con forza e sicurezza la bomboletta spray, e con una caustica riflessione sulla perduta dimensione del Bello : una scultura classicheggiante, ornamento in disuso di una villa di campagna abbandonata, che si specchia in una superficie di vetro scheggiato.
Nella serata di inaugurazione, il 21 settembre, l’accesso alla Galleria del MAU sarà possibile da una struttura colorata, realizzata con tubi in pvc e lycra rosa, una sorta di ingresso ad un club particolare, quello in cui è possibile ammirare la fertile creatività di Rebor, per un allestimento sicuramente in grado di coinvolgere gli spettatori.

Edoardo Di Mauro, agosto 2018

MON CHERIE

Una collaorazione con UAL – London College of Fashion (BA) Fashion Illustration – year 2

Scritto e diretto da Laura Tessaris ed Entisar Mohannayeh

Soggetti Ji Kang (Femininity) e Marco Abrate (Mr. Pink)

Musica di Alon Mor, “Low Sugar”

Costumi di Laura Tessaris

Accessori di Entisar Mohannayeh

Mon Cherie è un fashion film ispirato alla Drag Queen Violet Chachki, protagonista della prima campagna di lingerie femminile non rappresentata da una donna.

Il tema del video è l’ esplorazione della femminilità in una sfera androgina, seguita dallo sfruttamento degli stereotipi di genere tipici della filmografia vintage.

Il film mostra i due personaggi senza lasciarli interagire, i colori e i costumi rendono lo spettatore al corrente della loro relazione mischiando gli elementi in modo leggero e allusivo.

Lei (Femininity) mostra la sicurezza e la bellezza classica della donna ideale, lui (Mr. Pink) la rottura delle barriere, la ricerca di una nuova silhouette senza la perdita dell’ identità maschile.

Il progetto punta a comunicare una nuova idea di performance di genere utilizzando la moda in modo anche giocoso, lasciando margine interpretativo allo spettatore.

Guarda lo short film:

https://www.youtube.com/watch?v=qwredC9npRg&t=2s